APPUNTAMENTI
|
Conviviale
2005 tra i giornalisti |
|
Il nuovo contratto per ridisegnare il
futuro della professione |
|
e il segretario del Sindacato regionale Andrea Camporese |
|
Non ha deluso le attese la tradizonale serata conviviale dei giornalisti polesani svoltasi il 9 marzo 2005. È stata la presenza "congiunta" di Maurizio Paglialunga, presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto, accompagnato dal consigliere Claudio Baccarin e di Andrea Camporese, segretario regionale del sindacato giornalisti del Veneto, assieme al componente della commissione nazionale contratto Paolo Francesconi, a conferire ulteriore prestigio all'annuale cena dell'Associazione polesana della stampa. Il presidente dell'ordine e quello del sindacato veneti sono intervenuti al banchetto, tenutosi alla Trattoria da Aligi, a Crespino, sottolineando l'importanza del nuovo contratto di lavoro, del quale sono i corso le trattative al fine di una definizione del futuro della professione. Una fase molto delicata nella quale si devono contemperare le esigenze di professionalità e libertà dei giornalisti con le adeguate garanzie a livello economico e normativo al fine di garantire un'informazione corretta a ogni livello. Fondamentali, è stato ribadito, la coesione e la solidarietà tra colleghi, in un momento in cui la libertà di stampa, a livello locale e nazionale, subisce attacchi dall'esterno e dall'interno. Camporese si è soffermato soprattutto sulla necessità di tutelare il giornalismo sotto tutti i profili contrattuali, senza tralasciare i free lance, che costituiscono ormai una parte rilevante degli iscritti all'ordine e al sindacato. Citate anche la riforma dell'Inpgi e le problematiche del settore radiotelevisivo e degli uffici stampa. Una
quarantina i convitati, accolti dal presidente Assostampa polesana Donato
Sinigaglia e dal vice Antonio Dimer Manzolli che, grazie al Parco del
Delta, ha portato un ricordo del Polesine agli intervenuti. Erano
presenti, tra gli altri, il fiduciario sindacale Maurizio Romanato e Luca Gigli,
esponente rodigino nel direttivo
regionale del Sindacato, nonchè i rappresentanti di tutte le testate attive in
Polesine. Una serata trascorsa in assoluta armonia, tra una portata di
cozze e una frittura mista, un risotto di pesce e una apprezzatissima
grigliata sempre e rigorosamente a base di pesce, preparati con la
consueta cura dal team del ristorante Da Aligi di Crespino. Del
resto, anche lo scoop, per una sera, può attendere. |
DIBATTITO: INFORMAZIONE E GIUSTIZIA
TANGENTOPOLI E LA LIBERTA' DI ESERCITARE UN DOVERE
L’informazione svolse un ruolo fondamentale negli anni di tangentopoli, ma non ci fu una specie di connivenza con la magistratura come qualcuno ancora oggi afferma. Fu niente più che una stagione, "eccezionale" rispetto alla normalità non così apprezzabile, nella quale i giornalisti furono liberi di fare il loro dovere come prima non accadeva e come è tornato a verificarsi meno spesso negli anni seguenti e oggi.
La convinzione è condivisa da Peter Gomez, giornalista dell’Espresso e all’epoca della Voce di Montanelli, e Gianni Barbacetto, suo collega oggi al Diario e a quei tempi a Il Mondo. L’appuntamento al Teatro 99 di Pezzoli, coordinato dal giornalista del Gazzettino e membro del direttivo dell’Assostampa polesana Luca Gigli, aveva come tema proprio "Informazione e giustizia". Seppure molto si sia discusso proprio di quegli anni come esemplari del fare il giornalista, non si è mancato di evidenziare come vadano le cose oggi, quali siano i problemi, quali limiti non debbano essere superati nel seguire la cronaca giudiziaria, e anche un po’ di analisi della situazione politica e del caso Rai, stimolati dalle domande del pubblico.
«Eravamo un gruppo di giovani giornalisti "d’assalto", con metodi nuovi vissuti nel primo caso di tangenti a Milano, la Duomo connection del 1989. Il potere politico era così forte che era difficile convincere i direttori e gli editori a pubblicare i testi delle intercettazioni. E c’erano pure intrecci tra stampa e politica, visto che questa dava perfino il gradimento sulle nomine dei direttori dei grandi giornali. Con Mani pulite la situazione cambiò. Lavoravamo in pool fra noi perché era l’unico sistema per proteggerci dalle ritorsioni. La politica e gli imprenditori non potevano far censurare tutti e i vertici dei giornali non potevano permettersi che sulla concorrenza uscissero scoop».
«Parlare di politica e affari prima di Mani pulite era vietato - ha ricordato Barbacetto - quegli anni segnarono una svolta, il clamore era tale che non si poteva restarne fuori in qualunque giornale. Prima se facevi inchieste, trovavi il no alla pubblicazione, da quel momento i direttori cambiarono atteggiamento».
Singolare è il fatto che «era semplice lavorare in quell’anno e mezzo: bastava mettersi nei corridoi del tribunale e vedere le processioni di imputati, indagati... non c’era bisogno di rapporti coi magistrati», ha aggiunto Barbacetto. «Gli avvocati per primi parlavano, davano i verbali: era un modo per fare i propri interessi e far sapere agli altri imputati cosa avevano detto i propri clienti, perché ognuno si regolasse. Non era certo una commistione tra giornalisti e magistrati».
È altrettanto vero che si superarono anche dei limiti su come la stampa trattò gli avvisi di garanzia e altri momenti delle indagini. «Certo ci furono eccessi - ha confermato Gomez - ma li segnarono coloro che poi sono tornati all’opposto, quelli che adesso attaccano i magistrati». «Attualmente si parla di quegli anni come di una congiura politico.giudiziaria-informativa - ha aggiunto Barbacetto - I giudici e i giornalisti si sarebbero sostituititi al potere che in quel momento era debole. Non è così: la politica era debole perché aveva commesso reati. E per un breve periodo la stampa ha raccontato obiettivamente quello che stava accadendo. Forse per la prima volta i giornalisti erano liberi e le proprietà lasciavano fare. Dalla fine del 1994 tutto è iniziato a cambiare. Intanto tra imputati e indagati nessuno parla più. Una parte di colpa, poi, è dei giornalisti, che hanno iniziato a pensare che la gente si fosse stufata, che gli argomenti fossero sempre gli stessi e un po’ alla volta le notizie sono finite sempre più piccole e in ultima pagina». «Così, però, la gente non riesce più a essere informata, a crearsi una convinzione - ha chiosato Gomez - e resta il problema della stampa italiana. Negli Usa il cronista che fa scoop è conteso dai giornali, in Italia succede l’opposto, lo tagliano. Senza dimenticare il peso della pubblicità. Il problema minore è la concentrazione di tivù e giornali nelle stesse mani, il nodo è il monopolio pubblicitario: certe aziende, controllate da alcune persone, riescono a far pressioni sugli inserzionisti perché non facciano pubblicità sui giornali scomodi, per finire col farli chiudere, com’è accaduto alla Voce di Montanelli».
Sul caso Rai, entrambi hanno evidenziato che Paolo Mieli aveva giustamente posto delle pregiudiziali, mentre ha sbagliato Lucia Annunziata ad accettare subito, senza nemmeno prendersi qualche giorno (magari solo di facciata) prima di dire sì. Operazione, tra l'altro, che metterà nel sacco l'opposizione, perché la coalizione di governo potrà sempre dire che non possono lamentare un'informazione schierata per Berlusconi, visto che il presidente è indicato dal centrosinistra. In quanto al lavoro quotidiano e dei limiti del giornalista di giudiziaria, Gomez ha evidenziato che e norme deontologiche e la propria coscienza, l'esperienza dovrebbero guidare il cronista nel come trattare i casi, mentre Barbacetto ha fatto una distinzione tra l'uomo qualunque e l'uomo pubblico. Il primo ha diritto a maggior tutela, mentre l'uomo pubblico, il politico, soprattutto l'eletto dai cittadini deve sapere che i suoi comportamenti sono passati al setaccio proprio per il ruolo di fiducia che gli è stato affidato.
PLURALISMO E LIBERTA' D'INFORMAZIONE
"Se anche Ciampi ha sentito l’esigenza di ribadire l’importanza, per la democrazia, del pluralismo e dell’informazione, dovrebbe essere chiaro a tutti quale rischio si stia correndo".
È una delle frasi che hanno costituito il perno attorno al quale è girato il dibattito, organizzato al Teatro 99 di Pezzoli dalla parrocchia, con ospite Sandro Ruotolo, giornalista televisivo della redazione di "Sciuscià", il noto programma di Michele Santoro tagliato dal palinsesto della Rai dopo le polemiche col Governo Berlusconi. Accanto a Ruotolo anche Luca Gigli, cronista del Gazzettino e membro del direttivo della nostra Associazione di stampa.
"Abbiamo subìto una escalation di attacchi durante i mesi che hanno preceduto la campagna elettorale del 2001 e subito dopo la vittoria della Casa delle libertà - ha raccontato Ruotolo - alla fine l’esito è stata la chiusura di un programma che aveva ascolti record e che con la pubblicità che portava, non solo si ripagava, ma addirittura faceva guadagnare la Rai. E non esistono editori che buttino a mare prodotti che rendono. A tutt’oggi non sappiamo quali motivazioni editoriali abbiano portato allo stop di "Sciuscià". Quel che è certo è che facevamo un programma pluralista: una sera avevamo in studio solo giornalisti di centrodestra e parlamentari della Casa delle libertà, come Ferdinando Adornato. Bene, Adornato ha avuto il coraggio di dire che non eravamo pluralisti".
Gigli ha sottolineato come il rischio per la libertà d’informazione non stia soltanto negli scontri sui programmi televisivi, ma anche nella "normalità"dei giornali. "La mancanza di editori puri, come accade invece all’estero, porta a far sì che i necessari rapporti tra imprenditori e politica, con in più il non dover dispiacere agli inserzionisti pubblicitari, si rifletta sulle scelte editoriali, di cosa pubblicare (e con quale visione scriverla) e cosa no".
Ruotolo a questo si è agganciato sostenendo che il potere mediatico concentrato in una sola persona, tra televisioni e giornali, si snoda non soltanto facendo sparire trasmissioni. "Anche una copertina dei periodici e i servizi all’interno diffondono la convinzione del valore esemplare di una nota famiglia di Arcore: anche così si costruisce il consenso, a danno del pluralismo".
MAURIZIO ROMANATO INCONTRA EGIDIO STERPA
Fare il giornalista, un mestiere difficile e faticoso
«Sono un politico
d'occasione, ma mi sento un giornalista. Ho
soddisfatto il mio desiderio di sedere al tavolo dei ministri, presenziando
pur sempre con lo spirito del giornalista». Son le parole che l'on. Egidio
Sterpa, intervenuto all'incontro organizzato dal Circolo di Rovigo, ha
pronunciato per presentare il suo libro "Il mio giornalismo".
Il
dibattito, coordinato dal presidente dell'Associazione stampa polesana,
Maurizio
Romanato, era incentrato sull'avventura giornalistica di quest'uomo
politico, eletto per più legislature alla Camera per il Partito Liberale,
eternamente legato alla passione per il giornalismo, sin dai tempi della
giovinezza. Innumerevoli i ruoli da lui interpretati (da cronista a capo
redattore, direttore e inviato speciale) in giornali d'alto prestigio, e a
fianco di "grandi giornalisti" quali Missiroli e Indro Montanelli.
Fu
assunto subito come redattore a "Il Tempo" di Roma, da Renato
Angiolillo che
seppe apprezzarlo per "il suo fare vecchio giornalismo". Conobbe
anche il
"Giornale della sera" a fianco di Salvatore Aponte e il
"Giornale d'Italia",
fondato da Alberto Bergamini.
Difende il
giornalismo serio, quello vero che
si discosta "dalla ciarlataneria e dalle illusioni". «E' necessario
farlo
con responsabilità, senza cedere alla tentazione degli scoop - afferma
Egidio Sterpa - i quali generano un pessimo giornalismo. Le parole possono
diventare pietra e distruggere una vita, per questo si richiede forte
serietà». Determinante, Egidio Sterpa, anche sui principi guida per "un
bravo direttore, il quale deve saper trasformare il proprio giornale in
libera tribuna". «Ho sempre cercato di dare spazio agli avversari, e non
nemici - sostiene - è giusto che i lettori stessi possano conoscere le
opinioni degli altri».
Un monito anche a
difesa della categoria dei
giornalisti che spesso godono di scarsa credibilità e considerazione.
«Spesso i giornalisti vengono accusati di essere parte, sono ritenuti
bugiardi. La colpa è dei magistrati e dei Pm - sostiene - se sempre più
spesso i giornalisti frequentano i tribunali come imputati. Sono
ingustamente considerati servi del padrone e dei pennivendoli. Certo ci sono
stati e ci sono giornalisti pennivendoli, ma io ne conosco pochissimi». Fare
il giornalista è un mestiere difficile e faticoso, conclude Sterpa, richiede
un grande sforzo mentale nel riuscire a tirar fuori le idee ed esporle. «Per
me - ha concluso - il giornalismo è stato una grande scuola di libertà
perchè ho imparato a rispettare le opinioni e gli ideali degli altri».